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novembre 25, 2016 - Museo MADRE

Il museo MADRE è lieto di presentare la mostra di FABIO MAURI 'Retrospettiva a luce solida'

Il #museomadre è lieto di presentare la #mostra Retrospettiva a luce solida dedicata a #fabiomauri (Roma, 1926-2009), magistrale esponente delle neo-avanguardie della seconda metà del XX secolo, la cui pratica artistica – incentrata sull’esposizione dei meccanismi dell’ideologia, l’esplorazione dei linguaggi della propaganda, l’analisi dell’immaginario collettivo e delle strutture delle narrazioni mediatiche, a partire da quella cinematografica – lo impone fra i più grandi e seminali artisti contemporanei a livello internazionale.
Le sue opere e azioni – che comprendono pittura, disegno, scultura, #installazione, performance – indagano la storia europea del “secolo breve” nei suoi con itti e nelle sue contraddizioni, e trovano nell’indagine di un soggetto speci catamente europeo, quale appunto l’ideologia, e nell’intrinseco rapporto fra dimensione storica e dimensione etica, come nella tensione e ricomposizione fra sfera personale e collettiva, il loro fulcro intellettuale ed emotivo. Distanziandosi da un’originaria a nità con le coeve ricerche della Pop Art, Mauri ha perseguito una radicale autonomia, anche rispetto agli scenari dominanti della storia dell’arte contemporanea italiana, no a de nire una ricerca unica e personale, che coincide con il tentativo di dare rappresentazione al pensiero, di svelare i meccanismi di funzionamento della percezione (come delle strategie di manipolazione o dei meccanismi di induzione propri della “società dello spettacolo”) e di far a orare i percorsi potenziali della memoria o della sua sistematica rimozione e rimodulazione.
Organizzata in stretta collaborazione con lo Studio #fabiomauri, la #mostra al MADRE è la più completa mai dedicata all’artista negli ultimi due decenni
e comprende più di cento fra opere, azioni e documenti, in un percorso che trasforma l’intero #museo in un’esperienza critica dalla struttura molteplice, in cui l’opera si confronta con il suo progetto, il pensiero si fa sico e il white cube museale si confonde con il palcoscenico teatrale e la scatola nera della sala cinematogra ca. Nel suo impianto di ricerca ed espositivo la #mostra incorpora e trasmette il concetto di “luce solida” che compare in alcuni titoli delle opere dell’artista, in cui, richiamandosi alle Lampadine con i rag solidi ca futuriste, Mauri conferiva consistenza sica al raggio che congiunge il proiettore e lo schermo cinematogra co, traducendo così l’idea che tutte le componenti dell’esistenza hanno una “realtà”, ovvero cause e conseguenze reali: quindi anche il pensiero, l’immaginario, l’ideologia. Questa ri essione, successivamente a data agli Schermi, alle Proiezioni e alle azioni performative, diviene metafora del rapporto tra mente e mondo, tra realtà e memoria, fra Storia e storie. Trasformando, in occasione di questa #mostra, il #museo stesso in proiezione e messa in scena, e il concetto di retrospettiva in una proiezione architettonica che avvolge lo spettatore rendendolo parte attiva, soggetto/oggetto di questa narrazione, scandita in opere, azioni e documenti.
Il percorso della #mostra parte al piano terra del #museo, nella sala Re_PUBBLICA MADRE trasformata in un vero e proprio ea um Unicum Ar um (“teatro unico delle arti”), all’interno del quale sono esposte opere, installazioni e documentazioni (in cui anche la fotogra a assume il rilievo
e l’autorità pittorico-scultorea di una traccia essenziale) che ricostruiscono la matrice performativa e teatrale della ricerca dell’artista, con una selezione delle più importanti azioni di Mauri. Esse verranno riproposte periodicamente durante l’arco della #mostra (Ideolo a e Na ra, 1973; Europa bombardata, 1978; L’Espressionista, 1982; Senza tolo, 1992) o presentate attraverso alcune essenziali componenti “sceniche” o opere connesse (Ebrea, 1973; Dramophone, 1976; Picnic o Il buon soldato, 1998; Fermata d’autobus, 1995) o, nelle tre sale del mezzanino, attraverso materiali documentari (Che cosa è il fascismo, 1971; Gran Serata Fu rista 1909-1930, 1980; Che cosa
è la loso a. Heidegger e la ques one tedesca. Concerto da tavolo, 1989). Su un piccolo palcoscenico sono anche presentati materiali (schizzi, maquette e fotogra e di scena) della prima opera teatrale di Mauri, il monologo in due tempi e due scene intitolato L’isola (1960), la cui prima rappresentazione avvenne nel 1964, al Fes val dei Due Mondi di Spoleto (interpreti Tomas Milian e Barbara Steele), e che fu poi ripreso nel 1966 al Teatro Stabile di Roma (interpreti Alberto Bonucci e Rosemarie Dexter). In relazione a queste azioni sono inoltre presentate, come su un palcoscenico in cui lo spettatore può liberamente inoltrarsi, alcune opere fondamentali quali Manipolazione di cul ra (1971-1973, terminata nel 1976), le opere-libro Ho pensato o (1972) e Lin ag o è erra (1975), introdotte da Sala del Gran Consiglio (Oscuramento) (1975) e Il Muro Occidentale o del Pianto (1993), per culminare, con lo sguardo rivolto al pubblico, nelle due sedute di Tea um Unicum Ar um (2007), su cui campeggia la scritta “the end”: un teatro in cui viene messa in scena criticamente la Storia, un “teatro per restituire verosimiglianza a l’esistenza, che è inverosimile”.
Segue una seconda sezione complementare, al terzo piano, in cui si articolano i gruppi di opere che destrutturano e restituiscono, interpretati, i linguaggi delle narrazioni mediatiche, a partire da quella cinematogra ca. Trasformando il terzo piano in un vero e proprio loop architettonico, il percorso procede cronologicamente e per gruppi di opere, no a tornare al suo punto di partenza, in cui sono esposte le opere con cui, dalla seconda metà degli anni Cinquanta, l’artista inizia ad esplorare, in un’iniziale tangenza con le estetiche pop, la dimensione della comunicazione di massa ( e End, 1957-1958; Braccio di Ferro, 1960; Casse o, 1960; e Nursery News, 1960), poste in dialogo con uno degli “schermi” successivi, Schermo Leo Castelli (1974), dedicato alla gura di Leo Castelli, il gallerista storico della Pop Art nord-americana. Mauri abbondonò de nitivamente, dal 1964, l’analisi dell’immaginario collettivo legato alle merci e alle icone di massa, per dedicarsi a un tema che caratterizzerà de nitivamente il suo percorso di ricerca: quello dell’ideologia e dei modi di funzionamento della coscienza, ponendo in relazione la sfera personale e quella collettiva, e rinvenendo nel concetto di ‘schermo’ e di ‘proiezione’ i suoi momenti di sintesi. Integrandosi
a una serie di altre opere e materiali connessi ai signi cati e alle dinamiche della proiezione, sono presentati i principali lavori scultorei e installativi (Cinema a luce solida, 1968; Pila a luce solida, 1968; Colonne di luce, 1968) che indagano, rendendole concrete e tangibili, le dinamiche dell’identi cazione fra spettatore e a abulazione cinematogra ca. Segue una selezione della serie degli Schermi, nelle loro varie declinazioni, fra cui: Schermo-Dise o (1957); Schermo (1958); Una tasca di cinema (1958); Cinema (1958-1965); Schermo carta ro o (1958-1989); Schermo (1958-1959); Schermo in le i bianchi (1959); Schermo in le o nero (1959); Drive in House (1960); Cosa è uno schermo o Schermo ovali (1962); La tasca del generale (1962); Schermo Sport (1962); Schermo con pubblico (1963); Marilyn (1964); Sina a (1964); Schermo (1970); Schermo II generazione (1973). Procedendo no ad uno dei primi “zerbini”, fra le ultime serie realizzate dall’artista: L’ospite armeno (2001), vero e proprio schermo-soglia calpestabile e percorribile dallo spettatore. In una sala contigua è riproposta l’installazione Luna (1968) che, come appunto gli “zerbini” o Il televisore che piange (1972) e Ricos uzione della memoria a percezione spenta (1988), sembra letteralmente introdurci prima “sullo” schermo e poi “al di là” dello schermo, “dentro” di esso, in un ambiente mentale che conferisce consistenza tridimensionale al nostro immaginario. Nella sala centrale è esposta l’opera a 36 schermi Warum ein Gedanke einen Raum verpestet? / Perché un pensiero intossica una stanza? (1972), in cui lo schermo coincide con l’estensione dell’architettura che lo ospita, insieme a un proiettore cinematogra co 35mm in cui, al posto della pellicola, è inserita una tela bianca (Pi ra, 1986-1996), meccanismo cinematogra co che introduce dentro di sé anche la super cie di proiezione dello schermo. Il percorso culmina in una selezione di opere in cui il punto di vista si ribalta (dallo schermo quale super cie di proiezione al proiettore come fonte o punto emittente della proiezione), a partire dalle proiezioni in 16mm degli anni Settanta su corpi ed oggetti delle serie Senza e Senza Ideolo a, no a Intelle ale (installazione tratta dalla performance realizzata con Pier Paolo Pasolini nel 1975, in cui il regista divenne “schermo” del suo stesso lm, Il Vangelo secondo Ma eo) e all’opera successiva #fabiomauri e Pier Paolo Pasolini alle prove di Che cosa è il fascismo 1971 (2005). Il percorso al terzo piano si conclude con le più recenti proiezioni su supporto digitale e di impianto ambientale – fra cui: I casi del mondo e la si ora Ma sse (1988-2005); Cernobyl (1990); Murato vivo (2005); Cineart e Rebibbia 1 (2006); Piccolo Cinema (2007); Sfera (2009) – in cui l’architettura viene progressivamente inglobata nella proiezione evocando una dimensione uttuante (Interno/ Esterno, 1990), un’ipotetica architettura divenuta cinematica, in cui lo spazio-tempo dell’architettura si fonde con quello del cinema e il nostro immaginario si fa acquisizione di consapevolezza: non più spettatori, ma soggetto/oggetto integrante e giudicante della narrazione a cui abbiamo assistito, in cui ci è stata progressivamente svelata la realtà tangibile (a “luce solida”) di quella straordinaria nzione che è – come ogni ideologia o narrazione storica, o come la mente umana – il cinema, e l’arte stessa. All’esterno del #museo, sul tetto-terrazzo, è in ne presentata l’opera La resa (2002): una bandiera bianca issata su un palo, de nizione dello stato d’impotenza del giudizio di fronte alla complessità del mondo, ma anche estremo tentativo o atto di comunicazione.
La sezione nale della #mostra, presentata in Sala delle Colonne (primo piano), è dedicata all’integrale corpus delle maquette architettoniche che ricostruiscono le principali mostre di Mauri, presentate per la prima volta insieme in una #mostra personale dell’artista. Nella sua suddivisione in aree interdipendenti – che articolano fra loro le dimensioni interconnesse del “cubo bianco” museale, della “scatola nera” cinematogra ca e del “palcoscenico” teatrale ( no a spingersi, con alcune opere e proiezioni, anche all’esterno del museo/teatro/proiettore) – la #mostra si propone
al contempo come una messa in scena e uno strumento metodologico e critico: indagine del rapporto indelebile tra forme del pensiero e mondo, ovvero identi cazione dei nostri pensieri, sia quelli individuali sia quelli collettivi, come un “mondo a luce solida”.
Fabio Mauri (Roma, 1926-2009) è uno dei magistrali esponenti delle neo-avanguardie della seconda metà del XX secolo. La sua prima #mostra personale, nel 1955 alla Galleria Aureliana di Roma, è presentata da Pier Paolo Pasolini, con cui Mauri aveva fondato nel 1942 la rivista “Il Setaccio” e con cui tornerà a collaborare ancora negli anni Settanta, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna. Nel 1957 realizza i primi Schermi, opere inizialmente monocrome che incarnano già l’interesse per le dinamiche dell’immaginario collettivo a dato alla nzione cinematogra ca, forme-oggetto approfondite negli anni seguenti. Nel 1964 abbandona de nitivamente alcune a nità iniziali con le ricerche coeve della Pop Art, individuando l’asse portante,
sia a livello tematico che concettuale, della sua ricerca successiva nell’esperienza della guerra, prima rimossa e poi a rontata con implacabile lucidità, e quindi nell’ideologia quale elemento caratterizzante della cultura europea. Da questa evoluzione della sua ricerca artistica originano, a partire dall’inizio degli anni Settanta, anche le azioni e le Proiezioni. Nel 1968 è fra
i co-fondatori della rivista “Quindici” e nel 1976 della rivista “La Città di Riga”. Per venti anni insegna Estetica della sperimentazione all’Accademia di Belle Arti di L’Aquila. Nel 1994 la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma gli dedica la prima retrospettiva, a cui seguono quelle alla Kunsthalle di Klagenfurt (1997), Studio National des Arts Contemporains di Le Fresnoy- Lille (2003), Palazzo Reale di Milano (2012), Fundación PROA di Buenos Aires (2014). Fra le numerose mostre collettive, l’opera di Mauri è presente in varie edizioni della Biennale di Venezia (1954, 1974, 1978, 1993, 2003, 2013, 2015) e, nel 2012, a dOCUMENTA(13) a Kassel.
In contemporanea alla #mostra al MADRE, dal 7 ottobre 2016 al 15 gennaio 2017 la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo ospita una di erente retrospettiva dedicata all’artista che, insieme alla #mostra di #napoli e a complemento della stessa, contribuisce a restituire un pro lo esaustivo di questa ricerca.


FABIO MAURI
Retrospettiva a luce solida
Re_PUBBLICA MADRE (piano terra), mezzanino, Sala delle Colonne (primo piano), terzo piano e tetto-terrazzo
26 novembre 2016 – 6 marzo 2017
Preview per la stampa: 24 novembre, ore 12 Inaugurazione: 25 novembre, ore 19
A cura di Laura Cherubini, Andrea Viliani

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